martedì 18 novembre 2008

To', fatevi un pianto pure voi, va'...

Nulla di triste, anzi, solo dolcissimo.

sabato 15 novembre 2008

Spam ideologico

Ma che cosa simpatica.
Scusate, ho detto che non volevo più occuparmi degli irritanti mali del mondo, e fra l'altro avevo acceso il computer per pubblicare l'ultima puntata della Fede manufatta, ma la posta elettronica mi ha recapitato un messaggio (uno spam, per dargli il suo nome) che mi ha fatto girare le scatole anche più di certi messaggi elettorali strillati dagli altoparlanti delle auto prima delle ultime elezioni.
Così per una volta mi son tolta il gusto di rispondere allo spam, e siccome al mittente dello spam non fregherà sicuramente nientissimo della mia opinione, ho pensato di condividerla con voi.
Lo faccio, naturalmente, omettendo ogni riferimento sensibile (nomi, link e quant'altro) riportato nello spam che ho ricevuto, perché io (sottolineo: io) so cos'è la privacy e anche il rispetto, credo.
(Per chi non se ne accorgesse dopo due righe, la questione è quella di Eluana Englaro, in stato vegetativo da anni e anni, il cui padre ha finalmente ottenuto dalla Giustizia il permesso di «staccarle la spina». Non mi dilungo nei dettagli, sono sicura che li sapete e comunque internet ne è piena.)

Ricevo dal signor Xxx:

[omissis] Forse anche tu avrai qualche volta pensato o detto: "Piuttosto che vivere in quelle condizioni, meglio la morte", è normale che così si pensi, ma quando la disgrazia arriva la maggior parte delle persone cambia improvvisamente idea e si aggrappa alla vita con tutte le sue forza. Eluana è viva, non può comunicare con noi ma è viva! In Italia ci sono più di 4000 "Eluane" in questo stato che Vivono accudite e coccolate dalle loro famiglie ed assistite amorevolmente dai loro medici, una vita difficile certo ma accettata con serenità per le piccole grandi cose che può offrire; la comunicazione non è fatta di sole parole e gesti, talvolta in un attimo di tempo un solo sguardo ci comunica storie di una intensità tale che anche uno scrittore troverebbe difficile la loro trasposizione sulla carta. La "Giustizia" Italiana ha condannato a morte Eluana, la condanna verrà eseguita togliendole il cibo e l'acqua, ci vorranno diversi giorni prima che la morte sopravvenga, giorni durante i quali Eluana patirà enormi sofferenze. Avreste voi il coraggio di guardarla negli occhi prima che i suoi bellissimi occhi neri si chiudano per sempre? Noi tutti abbiamo già un termine naturale, non lasciamo che le Istituzioni si sostituiscano a Dio. Chiedo la tua firma per impedire che l'umanità aggiunga anche questo alla sua già lunga serie di Imperdonabili Errori. Chiedo la tua firma: Contro l'esecuzione del decreto della Corte di Appello di Milano che autorizza ad interrompere l’alimentazione artificiale di Eluana Englaro. La raccolta delle firme è su: [omissis]. Guarda questo video su [omissis]. Invito inoltre chiunque a diffondere la richiesta con i mezzi che riterrà più opportono. [omissis: nome, cognome e indirizzo del mittente], Privato Cittadino Non appartenente ne simpatizzante ad alcuna Organizzazione Politica, Religiosa o di ogni altro genere. PS: questo messaggio viola il tuo diritto alla privacy, spero che tu possa comprenderne le motivazioni. il tuo indirizzo email non è stato "carpito" in alcun modo, ma generato da una combinazione casuale di lettere e numeri effettuata da un elaboratore elettronico [omissis: applicazione utilizzata]. il tuo indirizzo email non verrà divulgato od utilizzato per altri scopi diversi dalla richiesta di firmare la petizione. il tuo indirizzo email verra cancellato subto dopo l'invio di questo messaggio.

E rispondo al signor Xxx:

Gentile signore, non so chi lei sia, ma lei sa, come ha scritto, di aver violato il mio diritto alla privacy, e il suo saperlo e pretendere comprensione è (se possibile) ancora più irritante del suo indesiderato messaggio.

Prima di tutto a voi che credete nella vita a oltranza dovrebbe bastare l'avere un portavoce fin troppo ascoltato come è il papa cattolico.
In secondo luogo nessuno sta obbligando le altre 4000 «Eluane» a morire: facciano quel che meglio credono, e lo stesso lascino fare a Eluana e a suo padre se la pensano diversamente da loro e da lei, gentile signore.
Prima che le istituzioni si sostituiscano a Dio, come dice lei, sono arrivati i medici a sostituirsi a Dio: il «termine naturale» della vita, sempre come dice lei, Eluana lo ha già superato da un pezzo, senza la medicina sarebbe morta da tempo; e non mi venga a raccontare che se gli uomini hanno sviluppato la medicina è per il volere di Dio, perché gli uomini hanno sviluppato molte cose, comprese le mine antiuomo e le bombe atomiche.
Che si possa restare a vegetare in un letto grazie alla medicina è un conto, che si sia costretti a farlo è tutto un altro conto. E se un padre come il signor Englaro – intelligente, sensibile, garbato, amorevole e rispettoso verso sua figlia più di tanti padri di figlie ben più vive – è sereno nel volerla morta e cerca persino di farlo nel rispetto della legge, io lo sostengo nel modo più assoluto.
Detto molto sinceramente: se Eluana fosse stata figlia mia, non avrei sopportato tutti questi anni di battaglie legali ma avrei agito di persona e senza permessi e poi mi sarei costituita, perché il bene di mia figlia viene prima di me, della legge e anche di una battaglia che garantisca finalmente i diritti individuali anche a chi altri li voglia esercitare.
Io il coraggio di guardare negli occhi Eluana l'avrei eccome, gentile signore, così come abbraccerei volentieri il signor Englaro che rispetto profondamente. Per molti motivi. Non ultimo per il fatto che la sua scelta non impone a nessuno di fare altrettanto; mentre voi, sostenitori della vita a oltranza, cercate di far imporre a lui e a tutti la vostra idea.

Lei, gentile signore, sarà anche, come dice, «Non appartenente ne simpatizzante ad alcuna Organizzazione Politica, Religiosa o di ogni altro genere», ma non vi sfigurerebbe affatto: la volontà di limitare la libertà altrui in forza di un'ideologia o di un credo, la retorica strappalacrime della sua prosa, le maiuscole che usa per nobilitare certi concetti («Imperdonabili Errori») fanno di lei il rappresentante perfetto di quelle organizzazioni politiche e religiose a cui si vanta di non appartenere.
Ecco tutto: dato che lei si è preso la briga di disturbarmi e irritarmi, sopporterà di essere stato altrettanto (e conseguentemente, però) disturbato e irritato da me, voglio sperare. Ora può tranquillamente cancellare il mio indirizzo come ha promesso, e io farò altrettanto con il suo tra pochi secondi, augurandole che al suo elaboratore elettronico non capiti più di generare una combinazione casuale di lettere e numeri corrispondente al mio indirizzo, perché in quel caso eserciterò ben volentieri il mio diritto alla privacy invece di perdere tempo (perché lo so che è tempo perso) a spiegarle le mie ragioni.


E adesso basta, torno al mio splendido isolamento dai mali del mondo, mi faccio passare l'incaxxatura, e domani vi pubblico l'ultima puntata della Fede manufatta.
Buon finesettimana senza spam ideologico a tutti!

mercoledì 12 novembre 2008

Adieu, Mama Africa

domenica 19 ottobre 2008

Lazypost – La fede manufatta/10

(leggi le puntate 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8 e 9)

La fede manufatta, di Inch (decima puntata)



O c’ero io, dice Mario Riccio, o non c’era nessun altro.



(fine della decima puntata)

sabato 13 settembre 2008

Lazypost – La fede manufatta/9

(leggi le puntate 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7 e 8)

Stavolta, di mia arbitraria iniziativa, mi piace aggiungere come introduzione alla puntata due righe della mail di Inch che l’accompagnava:
«È, questa, la terzultima. Nonostante io finora abbia consapevolmente e gioiosamente cazzeggiato, mi preparo con una certa ansia alle ultime due. La penultima, in particolare, è qualcosa a cui tengo tantissimo. Te la invierò tra qualche giorno».
Le aggiungo, queste due righe, perché non so voi, ma io comincio ad annodare tutti i fili della Fede manufatta e a vedere il tessuto. Perché ho amato particolarmente questa puntata che state per leggere, e perché aspetto la prossima con la stessa ansia di Inch.
Ma prima questa, bellissima.


La fede manufatta, di Inch (nona puntata)

3. Càpita di leggere un brano come questo: «Scrivere un testo che deve essere letto dal sintetizzatore vocale crea, a un principiante, qualche difficoltà. Bisogna fare pause usando le virgole, i punti o due o tre punti, correggere tutte le parole che non sono bisdrucciole, usare accenti gravi o acuti, scrivere la pronuncia dei vocaboli stranieri, non usare le virgolette o le parentesi graffe...
«La cosa più strana è che noi leggiamo mentalmente usando la nostra voce, e così questo picchio di sintetizzatore mi ha giocato un tiro mancino: quando penso o leggo mentalmente, non immagino più la mia voce ma la sua...».
Sono parole di Piergiorgio Welby.

welby

Ora, cara Blu.
Welby, purtroppo, non posso più intervistarlo. Se però ne avessi avuta occasione, sono sicuro che sarei stato in tremenda soggezione. Pare fosse uomo dotato di enorme carisma, caratteristica di fronte alla quale, sarò sincero, non so mai come comportarmi. Ogni volta che mi imbatto in una persona carismatica, finisco sempre per dire cose sbagliate o addirittura involontariamente offensive. Umpfh. E quindi, penso, non so, avrei forse evitato di fargli le solite domande da giornalista a caccia di notizia, magari a sfondo politico, o di polemica religiosa, o peggio ancora dal tono compassionevole. Anzi, sai che ti dico, avrei proprio evitato di fargli domande. Avrei solo introdotto un paio di argomenti per poi attendere una sua eventuale risposta (o, più probabilmente, e con giusta ragione, una pernacchia sintetizzata...). Tutto qua.
Primo argomento: la «grammatica»
Secondo argomento: l’«aceto».

grammatica

Gentile Welby,
introduco una questione annosa: è dalla grammatica che scaturisce l’uso comune di una lingua? Oppure è vero il contrario, e cioè: è dall’uso che si fa oggi, di una lingua, che ricaveremo la grammatica di domani?
Voglio dire: so benissimo che in definitiva si tratta della vecchia questione tra teoria e pratica, tra uovo e gallina, tra pensiero e azione, e so benissimo anche che difficilmente, anche discutendone a lungo, potremmo approdare a una qualsiasi risposta soddisfacente. Ma, a ben vedere, il suo caso ci pone domande nuove. Mi spiego meglio: l’uso del sintetizzatore mi sembra un continuo rimpallare tra teoria e pratica, tra pensante e parlato, tra uovo e gallina. Questo, le dico, mi fa riflettere. E cioè: il principiante che si trovasse a scrivere una frase che deve essere letta dal sintetizzatore, si vedrebbe restituita una frase diversa da quella che ha «dettato» seguendo le proprie regole grammaticali. Col tempo, tuttavia, il principiante imparerebbe la grammatica del sintetizzatore, e vi si adatterebbe nello sforzo di comunicare al meglio. Ma, a quel punto, inevitabilmente, la grammatica del sintetizzatore diverrebbe a pieno titolo la grammatica dell’ormai ex principiante, anche agevolata dal riflesso per cui egli avrebbe già cominciato a pensare con la voce sintetizzata. E, di conseguenza, quasi inconsapevolmente, userebbe questa «teoria pratica» come unica forma di espressione. Una «manifattura» fino a oggi sconosciuta.

Gentile Welby,
quando si stappa una bottiglia di vino, raramente ci si sofferma sulla effettiva natura del lavoro svolto perché possa arrivare buono nei nostri bicchieri. Checché se ne dica, il vino è un prodotto «sofisticato». Mi spiego meglio: nel fare il vino ci si aiuta con la fisica, con la chimica, con il buonsenso, e anche a volte con la malafede, ma tutto per un solo, folle obiettivo: evitare che diventi aceto. Dal punto di vista biochimico, infatti, il fine ultimo di qualsiasi «frutto» contenente zuccheri è la completa fermentazione. La fermentazione consiste nell’aggressione di tutto quel che è zuccherino da parte di determinati lieviti (alcuni dei quali sono persino nell’aria che respiriamo), e la sua conseguente trasformazione in alcool e anidride carbonica. L’anidride carbonica, se non intrappolata in un contenitore qualsiasi, si disperde. L’alcool invece, essendo un conservante naturale, si conserva da sé. Il resto, se non opportunamente protetto applicando pesantemente chimica e fisica, viene aggredito dall’Acetobacter e in breve tempo arriva al suo fine ultimo, l’aceto.

(fine della nona puntata)

martedì 9 settembre 2008

Chi si rivede...

Sì sì, siamo alle solite, non sono esattamente una campionessa di costanza e regolarità... L'inconsueta self exposure di questa fotina serve proprio per rassicurare i miei (pochissimi e fedeli) utentipigri che sono ancora viva e vegeta, e così pure il blog che – lo so – già davate (finalmente) per spacciato.
Questa estate di insolita vacanza, di bellissimi ospiti, e di assenza (mancanza) dello Svizzero ha avuto tra le altre cose la caratteristica di allontanarmi ancora di più dalle parole scritte, e se mai avessi portato avanti l'ormai fantomatica serie «Autoblog» di certo anche voi lo capireste meglio. Ma «Autoblog» era, come da assonanza, un «autogol»: scrivere del perché non si ama più scrivere... Era anche logico che il tentativo si arenasse quasi subito nelle secche della poca voglia!

Va bene, sono qui, per l'ennesima volta e con l'ennesimo post che, tra scuse e buoni propositi, cerca di riprendere il filo.

Buoni propositi: vaghi. L'unica cosa che so è che c'è tutta una serie di cose delle quali, anche a causa dell'assenza (mancanza) dello Svizzero, non ho più nessuna voglia di occuparmi.
Eli e l'Inviato, mentre erano qui per ferragosto e tentavano di godersi una cenetta in trattoria, hanno avuto modo di sorbirsi una delle mie tirate più pesanti su quello che Douglas Adams definirebbe «la vita, l'universo e tutto quanto»: con la tirata in questione credo di aver esaurito tutto ciò che penso al riguardo e, in fin dei conti, anche tutto ciò che voglio sapere, oltre che le energie e lo spirito per pensarci.
Sicché d'ora in poi, se volete questo genere di argomenti, potete seguire (e vi invito a farlo), le «Cronache dalla trincea» che ho appena linkato e che trovate sempre linkate nella colonnina di destra sotto «Altri naviganti»: l'Inviato e le sue truppe sono in gamba e più combattivi di me, condivido quasi sempre quel che scrivono, e ne approfitto per lasciare a loro l'arduo incarico per dedicarmi io alle amenità varie e astratte. (E grazie, Inviato!)
Insomma, qui aspettatevi di sentirmi parlare di vagheggiate masías en Catalunya e della marmellata di fichi d'india che ho appena prodotto nell'apprezzabile quantità di 1 kg!

Scuse: invece molte. La stanchezza verso la scrittura non ha riguardato solo il blog ma anche le email: decine di persone stanno aspettando che io dia segni di vita, e questo non è bello.
A dirvela tutta-tutta, uno dei motivi per cui ho iniziato questo blog era anche il tentativo di aprire uno spazio di chiacchiere con tutti voi, perché dopo quattro traslochi e quattro città (e pure voi non è che stiate tanto fermi...) mi ritrovo ad avere i miei migliori amici tutti lontani e tutti sparsi per l'Italia (o anche oltre, eh, «smoking Swiss on Canadian stairs»?), e le email non bastano. Nelle email ci si raccontano le cose più importanti, i «rilievi» della vita, mentre io sento la mancanza delle sciocchezze quotidiane da condividere, delle «pianure» senza nulla di particolare da fotografare, della «stessa ragione del viaggio: viaggiare»,* e non partire e arrivare.
Questo avrei voluto fare con il blog: arredare un salotto virtuale dove accogliervi tutti, ognuno quando ne ha voglia, e dove si chiacchiera, sì, ma come conseguenza dell'esserci e del voler stare qualche minuto insieme, anche da lontano.
Poi siamo un branco di disgraziati, però, e io per prima! Io che scrivo troppo (come ora) ma troppo di rado, e spesso mi perdo per strada; e voi, sì, proprio voi, i miei tanti timidi lurkers che leggono ma non osano postare commenti, vi vedo...
Ma più che altro io, ecco, che con tutte le mie buone intenzioni e iniziative, poi fatico a trovare la voglia di affrontare la scrittura e trascuro sia il blog sia le email, i «rilievi» come le «pianure».
E quindi: infinite scuse a tutti coloro a cui non scrivo da una vita. Mi sono annotata sull'unico neurone: «una email al giorno ti tiene gli amici intorno», e da domani me ne farò una regola. Perciò cominciate a tremare: ho molti arretrati, ma con una email al giorno li recupererò tutti prima dell'equinozio d'autunno.

Ecco, poi ovviamente il paradosso è che non ho mai voglia di mettermi a scrivere ma quando lo faccio tiro giù paginate e paginate di roba...
Allora basta, tutto è detto: si riparte!
Domani o dopodomani una nuova puntata della Fede manufatta, poi riprendo anche io, vedremo con che cosa (si accettano suggerimenti!).
Un abbraccio a tutti, lurkers e non ;-)


* da «Khorakhanè», F. De André e I. Fossati, in Anime salve.

mercoledì 27 agosto 2008

Lazypost – La fede manufatta/8

(leggi le puntate 1, 2, 3, 4, 5, 6 e 7)


La fede manufatta, di Inch (ottava puntata)

Né tutta cieca fede, né tutto cieco bisogno.
Sarebbero interviste banali, le mie. Prevalentemente si parlerebbe del più e del meno, niente di che. Una cosa tranquilla. Giusto qualche domandina di routine, e poi lascerei che natura e «manufatto» dell’interlocutore fluissero via liberamente, ecco. Di certo non aggredirei l’intervistando chiedendogli a bruciapelo: e tu, in che cosa hai fede? Queste tue convinzioni, il tuo dogma, come le metti in pratica? Se così facessi, di sicuro non otterrei nulla di veramente interessante.
Invece, vedi, invece piuttosto si potrebbe pensare a un questionario con domande fisse e uguali per tutti, del genere: qual è la tua giornata tipo? Dove vorresti essere quando hai mangiato troppo? Chi sono le cinque persone che incontri in cielo? Come dire... un po’ Marzullo, un po’ Proust!
Le mie interviste avrebbero due sole regole, regole che peraltro il mio interlocutore non conoscerebbe. Prima regola: vietato parlare di soldi. Seconda regola, non sarebbe ammessa la parola «ossessione». Oddio, non esageriamo, tollererei un paio di trasgressioni, essì, sicuro, ma alla terza, pur continuando l’intervista per non risultare arrogante e maleducato, riterrei nulla la chiacchierata. Perché questo? Perché vorrebbe dire che l’intervistato, bene o male, ha già riflettuto molto su quel che fa. Tutto qui.

Ora, cara Blu. Chi andrei a intervistare? Innanzitutto si tratterebbe di persone il cui esercizio di fede sia talmente evidente da risultare inutile chiedergliene esplicitamente atto. E poi mi servirebbe gente che esercitasse la propria fede (o presunta tale) quotidianamente, ogni giorno, dalla mattina alla sera, e non per passatempo.
Eccoci qua, allora.
Siccome sono un po’ scemo e anche iconoclasta a tempo perso, sai chi è il primo candidato che mi salta in mente? È Rocco Siffredi. No, non ridere. O meglio, ridi pure come sto ridendo anch’io, ma voglio dire: pensaci un attimo. Non sarebbe «il-Duro-che-dura» un perfetto esempio di «fede manufatta»...?!

fuochi_artificioX

Scherzi a parte, trovare candidati ideali non sarebbe impresa facile. Il loro modo d’essere, in sostanza, dovrebbe rispondere a dei requisiti molto particolari: «Non al denaro, non all’amore, né al cielo», tanto per intenderci.
Vediamo un po’:

1. Mi sono capitati fra le mani alcuni moduli del Ministero del Lavoro. Fra le caselle che uno può barrare per indicare il proprio mestiere, alcune, ti dico, hanno dell’incredibile. Sapevi, cara Blu, che nel 2008 uno può dichiararsi «MANOVALE SFILACCIATORE DI STRACCI»? oppure «CARUSO DI SOLFATARA»? o ancora «MASTRO FOCHINO»? Incredibile, vero? Toccherebbe andare a intervistarli, questi signori che fanno questi mestieri, bisognerebbe provare a capire in che cosa e come hanno fede, loro. In particolare, mi sono soffermato sul ruolo del «Mastro Fochino». Quello che progetta, poi fa, e poi spara i fuochi d’artificio. Yeah. È il mestiere più pericolosamente inutile e inutilmente pericoloso che mi possa venire in mente. Non puoi neanche fumarti una sigaretta rimirando il tuo operato, per dire. Se no, BOOM! A volerla poi proprio mettere sul concettuale, in che cosa consiste il suo lavoro? Il suo lavoro consiste nella (spettacolare) distruzione di un progetto (faticosamente concepito in proprio) nel momento stesso della sua (irripetibile) espressione. Da matti, non ti pare...? Ecco, il «Mastro Fochino» ha fede? Ha bisogno, che cosa ha? Perché fa quel che fa? Per soldi? Non credo. Per tradizione? Uhm. Per gratificazione personale? Mah.

2. Mi è capitato di sentir parlare del Maivismo. L’arte Maivista, privata delle ingombranti presenze dei (pur bravi) propri fondatori, è un’idea interessante. Assomiglia un po’ a «l’art pour l’art», certo, di cui tuttavia non fa che ampliare il concetto.
Dice: l’arte Maivista, non appena vista, diventa arte Giavista. Non è più la stessa cosa. Come i fuochi d’artificio del «Mastro Fochino», più o meno: una volta sparati in aria, non sono più la stessa cosa. Ecco, mi chiedo, in che cosa ha fede un artista di arte Maivista? In che cosa ha fede uno che crea&crea&crea per la sola tensione verso il creare? E se dovesse decidersi a esporre le proprie opere, che cosa avverrebbe in lui mentre diventa artista di arte Giavista? Si tratterebbe di una vera e propria conversione?

miniera

(fine della ottava puntata)

mercoledì 23 luglio 2008

Lazypost – La fede manufatta/7

(leggi le puntate 1, 2, 3, 4, 5 e 6)


La fede manufatta, di Inch (settima puntata)

Cara Blu,
a questo punto, anche un po’ stanchi, salutiamo il signor Cezzi e il suo bel giardino botanico. Bella giornata, però. Ne valeva la pena.
Riprendiamo quindi la macchina, ci dirigiamo verso la Strada Statale 16 in direzione Nord, lentamente prendiamo il bivio per Otranto dove abbiamo la nostra stanzetta d’albergo ad attenderci. Rassicurata dal tepore e ingannata da infiniti rettilinei, Mina si addormenta dopo pochi minuti. Autoradio a volume basso basso, io che guido in silenzio.
Possibile, mi chiedo, possibile che questo tipo di fede «meccanico-animalesca» sia davvero un’alternativa alla fede in un Dio o in un non-Dio fra quelli proposti nel menu? Siamo davvero così inguaiati da dover attendere che la famigerata e attesissima secrezione di endorfina ci risolva la situazione, la giornata, la vita, e davvero così squallidi da dovercela andare a cercare in continuazione, proprio come i tossici? Siamo tanto inguaiati da riuscire a inventarci un luogo, Las Vegas, dove chi gioca gode del gioco, chi fa soldi gode del fare soldi, chi fa strip-tease gode del proprio esibizionismo, chi lo guarda gode del proprio essere gaudente (fesso)? Voglio dire: ci rendiamo conto di aver trasformato l’adolescenza in una religione, il bisogno soddisfatto in una fede, il non-dolore in un Dio?
La tentazione, pigro come sono, ahimé, sarebbe proprio di rispondere di sì. Siamo davvero tanto inguaiati. E alla fine non si perde neanche più, mi canta Vasco dall’autoradio. Ecco, appunto.

Ma allora, io, da quale parte sto? Io che non credo in nessun Dio o non-Dio, né credo che una colata di endorfina al giorno possa risolvere il problema.
Io. Da quale parte sto?

Arrivati a Otranto, sono ancora pensieroso assai e Mina è mezzo-addormentata. La sveglio il minimo necessario perché riesca a trascinarsi in camera. Optiamo per un pisolino prima di cena.
Mi stendo sul copriletto ancora tutto vestito.
In quel momento, cara Blu, proprio in quel momento mi viene in mente che su questo tema ci si potrebbe scrivere un libro. Lo intitolerei La fede manufatta. Bel titolo, vero? Oddio, come tutti i buoni titoli è destinato a non mantenere le promesse (se non in casi eccezionali), però va bene uguale, tanto è un libro che non scriverò...

Galatina

Uaglio’, mi dirai schiaffeggiandomi una buona volta, uagliò, ehi tu, ma almeno raccontami: come sarebbe ‘sto libro? Eh, ti risponderei, come vuoi che sia: come le caramelle di latte liofilizzato. Te le ricordi le caramelle di latte liofilizzato, cara Blu? Sì che te le ricordi, le abbiamo assaggiate tutti. In bocca, metà del lavoro lo fa la caramella, l’altra metà lo fai tu: lo so, lo so, è un lavoraccio, all’inizio neanche tanto piacevole se non proprio disgustoso, però, diosanto, quando la cosa comincia a piacerti... C’è gente, sai, gravemente dipendente dalle caramelle di latte liofilizzato... Ecco, La fede manufatta sarebbe così: un saggio liofilizzato. Io farei il minimo indispensabile. Selezionerei un certo numero di candidati da intervistare, caricherei armi&bagagli su un camper, e con Mina partirei alla ricerca di queste persone, gente che abbia un dogma simile a quello che sento mio: né tutta cieca fede, né tutto cieco bisogno. Intervisterei questi signori, poi semplicemente mi limiterei a sbobinare le loro parole. All’eventuale lettore lascerei quindi il resto del compito: MAKE SENSE WHO MAY, ha detto Samuel Beckett.

make-sense-who-may

(fine della settima puntata)

mercoledì 9 luglio 2008

«Un sogno, fu un sogno, ma non durò poco»*

(Va bene, va bene, è tanto che non posto, ho un sacco di roba in sospeso, sono uno strazio perché se non pubblico subito quel che scrivo mi pare che vada a male e non mi piace più, eccetera eccetera. Allora beccatevi questo, che oltre a essere la cosa che mi fa meno schifo delle due che avevo nel cassetto, è pure una «prima parte»; e lo sappiamo tutti che io non ho proprio tantissima costanza con le robe a puntate...)

Oggi comincio un sogno, di quelli che si fanno da svegli.
Questo sogno parla di una masía in Catalunya (Spagna).
E per essere molto originale, invece di una lunga premessa vi metto un lungo glossario (poco) ragionato. Eh che son fantasiosissima?!

Masía
È la tipica casa colonica, con annessi terreni agricoli, della Catalunya (sempre Spagna); per noi italofoni ha un'assonanza con «masseria» che forse non è casuale.
In Catalunya ce ne sono tante, di masías, tutte come minimo vecchie se non anche antiche, parecchie persino medievali. Oggi, come accade anche qui da noi, moltissime masías sono abbandonate, oppure hanno fatto una fine anche peggiore: restaurate con dovizia di modernità, trasformati in campi in prati all'inglese, corredata l'aia con piscina (prati all'inglese e piscina dovrebbero essere considerati reato, in una zona povera d'acqua come la Spagna), sono diventate sontuose residenze per ricchi o proprietà da affittare a turisti radicalchic nei mesi estivi.
Le masías sono grandi, semplici e belle, di pietra grezza o mattone nudo. Hanno spesso (se non sono diventate chic) l'edificio principale e due costruzioni laterali basse – tipo granaio/pollaio/stalla/bottega/magazzino – a racchiudere un'aia di terra nuda; intorno hanno campi, uliveti, frutteti. Spesso c'è un grande forno a legna in muratura vicino alla casa, spesso un pozzo. Spesso gli edifici stanno lontani dalla strada, sulla quale c'è un cancello/portone e da lì un viottolo sterrato che porta alla casa.
Insomma, l'avrete vista qualche casa colonica in vita vostra, no? Ecco, una masía è così, niente di particolare in fin dei conti.

1sognook

Catalunya (Spagna, ribadisco)
Io non ho mai voluto andare via dall'Italia, non lo desidero neanche adesso.
Non sono granché patriottica, non è questione di «madre terra» o «radici». È che geograficamente è il posto che sceglierei anche se fossi nata da un'altra parte: mi piace la terra come è fatta, mi piace tutto questo mare intorno, mi piace il clima. Lo so che pare retorico ('o mare, 'o sole, 'o mandulino, 'a pizza...), ma se io fossi nata da un'altra parte e fossi venuta a visitare l'Italia, sono sicura che avrei voluto vivere qui, specialmente qui in Liguria di Levante, che se avessi potuto disegnare la mia terra ideale l'avrei disegnata così, esattamente così.
Poi c'è il fatto che in effetti ci sono pure nata e cresciuta, in Italia. Parlo altre due lingue e mezzo, oltre l'italiano, ma non è la stessa cosa, perché la lingua non è fatta solo di lingua, è fatta di sfumature, di sottigliezze, di luoghi comuni, di intonazioni: sono abbastanza sicura che me la potrei cavare egregiamente, anche nelle emergenze, in un Paese anglofono o ispanofono (germanofono lasciamo perdere, mi servirebbe un anno di full immersion per recuperare tutto il vocabolario perduto dopo vent'anni di inattività), ma il punto non è solo cavarsela. Quando parlo con gli italiani io ascolto non solo le parole, distinguo le intonazioni, le espressioni, i cliché, posso capire non solo ciò che dicono ma anche perché scelgono di dirlo in un certo modo, posso percepire (spesso) se parlano con o senza competenza in ciò di cui parlano, con o senza sincerità, con o senza affidabilità. Posso capire molto di più di ciò che dicono e, così, sapere come intenderlo. È tutta un'altra cosa, la sensazione di capire davvero.
Premesso ciò, purtroppo l'Italia è un Paese disgraziato. Lo era già quando ero piccola, poi è peggiorato, ora mi pare stia precipitando (e non è un discorso politico, quella è la punta dell'iceberg). Può darsi che, di questo passo, per una serie di motivi non solo nazionali ma anche globali, questo Paese da disgraziato diventi invivibile. Invivibile persino per me. Può darsi che succeda quando non avrò più l'unico legame di sangue che oggi mi tiene (comunque e in ogni caso) qui.
E allora lo ripeto: io vorrei vivere qui, esattamente qui dove sono ora, questo posto è il mio sogno, ma se questo sogno dovesse diventare invivibile me ne andrò, molto a malincuore, e sarà la prima cosa importante della mia vita che sarò costretta a fare contro la mia volontà, e con molta rabbia.
(Se succederà, ho pensato, sarà forse la volta che lascerò indietro tutto: i libri, i mobili, i vestiti, le pentole, tutto. Penso a me, le bestie e i computer su un camper appena comprato, per viaggiare lenti e autonomi e rivenderlo all'arrivo. Se via dev'essere, che sia via tutto. Ma questo è un altro sogno, non divaghiamo.)
Se succederà, dove andrò? Per il mio cervello dovrei scegliere la Svezia o l'Inghilterra, solo che corpo e spirito si ribellerebbero molto in fretta. Per il corpo e lo spirito dovrei scegliere l'Australia o un'isola greca, ma in Australia fanno seri problemi a prendere le mie bestie, e la Grecia ha qualcosa di cui non mi fido e, nelle isole, troppo poche strutture per vivere con un minimo sindacale di tranquillità.
Così penso che forse, forse, se succederà che dovrò lasciare il mio sogno ligure, forse, forse, potrei scegliere la Catalunya. Non è l'ideale, l'ideale non c'è, ma potrebbe funzionare. Toccherà imparare il catalá, vabbe'.

2sognook

Sogni che si fanno da svegli
Un'abitudine che ho da quando ero bambina, negli anni si è ridimensionata e riconfigurata, ma non si è persa.
Sono sogni strutturati, dovete immaginare proprio la produzione di un film: location, scenografie, casting, sceneggiatura, dialoghi, scene, inquadrature, colonna sonora, a volte anche gli effetti speciali.
Nascono da una piccola idea qualsiasi, ma se l'idea è seducente ecco che parto con la produzione del film. La cui lavorazione può andare avanti per mesi, se il materiale è buono, occupando tutti i momenti in cui il cervello non è occupato e, nei (rari) picchi di entusiasmo, richiedendo di lasciar perdere tutto il resto, sbattersi sul divano, chiudere gli occhi, e lavorare al film. Il quale non ha una fine strutturata, finisce quando non ho più voglia di sognare quella roba lì.
All'inizio la regola implicita era: 1) è e deve restare tutto nella mia testa, non è roba che si condivide; e 2) si possono sognare anche robe altamente improbabili, ma mai impossibili: niente magie, niente anacronismi, nel cast ci possono essere anche persone che non conosco e difficilmente conoscerò mai ma, per esempio, niente persone che nella realtà sono defunte; insomma niente che non potrebbe, con un'iperbole di fortuna, accadere davvero (tipo che, oggi, non posso sognarmi alta, magra e giovane; da bambina potevo, per dire).
Con il tempo qualche dettaglio delle regole si è smussato: qualche rarissima volta, e molto parzialmente, ho raccontato un sogno, come farò stavolta se riesco a riemergere da questo glossario senza affogarci dentro; una sola volta una persona defunta è entrata nel cast, ma era un'occasione particolare, veniva fuori da un sogno di quelli che si fanno dormendo, e l'ho semplicemente continuato da sveglia. Ma, insomma, a distanza di circa trentasei anni le regole sono ancora più o meno le stesse.

Fine dello sterminato glossario.
Per il sogno vero e proprio, ovviamente, dovete aspettare la prossima puntata: sono stremata io, figuriamoci voi.

P.S. Oggi è una giornata così, quasi straziante. Da una parte ho appena visto i video della manifestazione di ieri in piazza Navona; dall'altra qui c'è quel genere di giornata che io amo forsennatamente, con l'aria tersa che pare vetro, il sole che scotta e un vento forte e freschissimo di Maestrale che agita il mare (bluissimo) e riempie i polmoni e la testa di odore di sale. Tra poco, finito qui, andrò con Baxà fino al molo e al faro (anche se lei detesta il molo e il faro, con tutta quell'acqua pericolosissima), a respirare vento e sale. E mi verrà il magone a pensare che questo posto meraviglioso dove vivo è lo stesso in cui accade quel che si è detto a piazza Navona. Questo è il mio posto, e ne ho già nostalgia.


* da «Un medico», Fabrizio De André, in Non al denaro, non all'amore, né al cielo.

giovedì 26 giugno 2008

Lazypost – La fede manufatta/6

(leggi le puntate 1, 2, 3, 4 e 5)


La fede manufatta, di Inch (sesta puntata)

Lasciata la signora Cezzi, Mina e io veniamo nuovamente accolti dal cordialissimerrimo Toto Cezzi. Il quale, tuttavia, non ci riconosce e ci vuol far pagare di nuovo il biglietto d’ingresso. Ops. Noi siamo quelli di prima, non ricorda? Ah, sì sì, scusate. Non che sia rimbambito, anzi, è solo che da stamattina ha già visto così tante persone... Nessun problema, ovviamente. Gli sorridiamo. Si offre quindi di accompagnarci di persona a vedere il giardino roccioso. Yeah. Lo seguiamo sui bei sentieri di pietra leccese. Fa caldo, un bel caldo africano.
Il suo discorsetto introduttivo, per quanto standard e recitato a memoria, è da manuale. Ci racconta di sua nonna, della sua passione per i giardini. Una nonna bulgara, di origini nobili, trapiantata qui nel Salento, che l’ha cresciuto a pane e cactacee. E che, soprattutto, allungava al giovane Toto il denaro necessario a portare avanti la passione nascente... Ah, le trasgressioni fatte bene! Brava nonna bulgara! Grazie a lei ha viaggiato in tutto il mondo, Toto Cezzi. Mete preferite: Centro e Sud America, deserti assortiti, Africa. Da ogni viaggio è tornato con minuscole talee (o addirittura intere piantine) ben nascoste nel bagaglio. Il suo racconto ci appassiona. Cominciamo quindi il giro ascoltandolo attentamente: l’aloe, il cactus, l’agave, l’opunzia, la grusone, la yucca, la cereus... quanta roba, diosanto! A ogni cantuccio c’è una sorpresa, un racconto di viaggio, un aneddoto. Parla, parla, parla. Pare che ogni N-generazioni queste piante diano vita a una spina, o a una peluria, o a una foglia, «anomala». I collezionisti di piante grasse (o, come tiene a sottolineare, per essere precisi, di «piante succulente»), i collezionisti come lui, vanno matti per queste anomalie, e tanto più ne vanno matti quanto più rare sono le piante da cui l’anomalia nasce. Come dire: già hai culo a vedere un unicorno, se poi ne vedi uno fucsia...
Le anomalie, ovviamente, in quanto tali, sono di aspetto mostruoso: hanno baffi, protuberanze a volontà, frange, gibbi mai visti, sbuffi, dentini, creste e civettuole rouches: sembrano opere di Francis Bacon, penso. Chissà se Francis Bacon ha mai preso il peyote...

quadro

Ecco che cosa fa Toto Cezzi!, mi viene in mente a un tratto. Ecco! Quest’uomo non fa quel che fa per denaro: ex-bancario ed ex-banchiere di nobili origini, non ci pare proprio ne abbia bisogno. E non è neanche un divertissement per ricchi annoiati, il suo: se così fosse, sicuramente non si prenderebbe la briga di tener dietro di persona alle scolaresche, ai turisti, ai rompiballe in vena di filosoficherie. E invece ci tiene a farlo personalmente. Quest’uomo accoglie, e con quale cura, l’anomalia. Quest’uomo ha una vera e propria fede nell’anomalia. Una fede assoluta. L’anomalia è il suo motore primo. O meglio, Toto Cezzi ha trasformato un semplice interesse, un meccanismo, in motore primo. Una forza inesauribile, adolescente, obbligata, compulsiva, la forza meccanica dell’animale, fa in modo che ciò possa accadere. Quest’uomo è tutt’uno col proprio desiderio, col proprio «ingranaggio fede».
Dato che siamo solo in due, solo Mina e io, e una volta constatato che Mina e io siamo due personaggi ancora capaci di meraviglia, decide poi di farci visitare il suo scrigno: la piccola serra delle anomalie più anomale. Sembra di essere al circo, diosanto. C’è di tutto: nano forzuto e donna cannone. È la conferma che cercavo. In quell’istante, Toto Cezzi è un cagnetto che scodinzola a metronomo. Manca solo che dica che la serra stessa è una pianta grassa...
Ci mostra quindi il giardino all’italiana, il giardino dei semplici con le piante officinali, il giardino mediterraneo, il laghetto traboccante ninfee e girini, il frutteto, l’uliveto, il roseto, il piccolo zoo, il giardino segreto ricavato in una antica cava di tufo.
Ubriacato da tanti stimoli, azzardo: signor Cezzi, la sua è la Las Vegas della botanica!
Las Vegas...
Sorride, Toto Cezzi. Devo aver colto nel segno.

las-vegas

(fine della sesta puntata)

giovedì 19 giugno 2008

Lazypost – La fede manufatta/5

(leggi le puntate 1, 2, 3 e 4)


La fede manufatta, di Inch (quinta puntata)

Cara Blu,
ieri mattina, mentre mi lavavo i denti, mi sei venuta in mente. Qualche giorno fa m’è scivolato di mano il bicchiere in cui tenevo spazzolino e dentifricio. Ops. Umpfh. In mille pezzi, distrutto, pazienza. Un’anima buona s’è poi premurata di sostituirmelo con un mug. Spazzolinavo i denti e leggevo sulla pancia del mug: PRACTICE RANDOM ACTS OF KINDNESS AND SENSELESS BEAUTY. Traduco alla lettera mentre bestemmio la mia gengivite: PRATICA CASUALI ATTI DI GENTILEZZA E BELLEZZA SENZA SENSO. Uao, bel concetto, ho pensato. Yeah. Ma, diosanto, che traduzione orribile ne viene fuori. Quasi peggiore di una gengivite. Chissà come la tradurrebbe Blu, ‘sta frase, ho pensato.
Infilandomi la camicia, e poi per tutto il resto della giornata, ho provato a immaginare una traduzione migliore. Senza riuscirci, ovviamente. A tarda sera, stanco dopo una giornata di lavoro, ecco di nuovo il mug ad aspettarmi. Bastardo. Quasi quasi non mi lavo i denti, gnè. Vado a letto consolandomi con un: SII GENTILE, SII ARTISTA.

mug

Gli americani hanno tutta una serie di fissazioni: la macchinetta del ghiaccio, i cereali a colazione, il telefono di casa appeso verticale in cucina, gli asciugamani grandi, le macchine grandi, i frigoriferi grandi, bigger is better, insomma, cose così, fissazioni su cui si sono costruiti, è opinione comune, la tradizione che non hanno. Il guaio è che spesso si ha la sensazione, a contatto con loro, che proprio non saprebbero telefonare da un apparecchio poggiato alla comecàpita sulla credenza, o che non riuscirebbero ad asciugarsi il popò con meno di 2 metri quadri di spugna. Allora, penso, il mug (così come tutto il resto) non è solo una faccenda iconografica come avevo sempre sospettato. E soprattutto non lo è un mug con quella frase stile new age ben stampigliata sopra. Quel mug è un concentrato di cultura americana: la colazione leggendo già il giornale, lei che scende coi capelli ancora mezzo-bagnati, il caffellungo. E quindi penso: se a un americano gli togli quella frase dal mug, o addirittura anche il mug, gli togli la fede.

Per la cronaca, sfruttando la mia passioncella per l’orticoltura, e fregandomene altamente di tutti i canoni della traduzione letteraria e non (e anche del buonsenso), ho poi concluso che la traduzione migliore secondo me è: SEMINA A SPAGLIO MANCIATE DI ARMONIA.

Chiudo la parentesi, torno al giardino botanico.

(fine della quinta puntata)

martedì 17 giugno 2008

Luuungo elogio della trasparenza

ovvero: Invisibili per mestiere

Qualche volta mi dicono che sono brava in tutte le cose che faccio; rispondo sempre che sono solo furba e scelgo di fare solo quello che mi riesce bene (oltre che fortunata, a poter scegliere).
Qualche volta mi dicono che sono brava nel mio mestiere; rispondo sempre che non lo farei se non capissi di poter essere brava, ma se capissi di esserlo già smetterei subito. C'è una sola cosa che detesto più del fare qualcosa in cui mi rendo conto di poter essere solo mediocre: reiterare all'infinito, in modalità «pilota automatico» qualcosa che so di far bene e di non saper fare meglio di così. È un equilibrio delicato; sarà per questo che ogni tanto cambio mestiere.

Ne ho fatti molti di mestieri, tutti più o meno analoghi e collegati tra loro, tutti più o meno variazioni sullo stesso tema. Perché oltre che furba e fortunata sono, nella mia volubilità, molto poco coraggiosa: cambio strada, ma sempre in terre che conosco, e con le spalle ben coperte.
Dei miei mestieri passati mi è capitato di parlare molto, in parte perché parlarne (con clienti, colleghi, collaboratori, allievi) faceva parte del mestiere stesso, in parte perché erano mestieri che spesso generavano aneddoti divertenti, o magari tragici, o assurdi; insomma, tutto ciò che diventa facilmente materiale buono per due chiacchiere e quattro risate (che ho fatto assai volentieri).

Oggi parlo di rado del mio mestiere, di solito brevemente, non sempre volentieri. Il che probabilmente, privandomi di un argomento molto vasto, va a detrimento delle mie capacità conversative: io non mi sento particolarmente più in difficoltà rispetto a prima, ma è di certo possibile che risulti più noiosa. Quel che mi dispiacerebbe, però, è dare l'impressione che, per questo, il mio attuale mestiere sia meno interessante, meno piacevole, più noioso dei precedenti.
Mi dispiacerebbe perché so che può succedere: è successo a mia madre quasi trent'anni fa quando le ho detto che volevo fare questo mestiere, e la cattiva impressione che lei ne aveva è uno (ma solo uno) dei motivi per cui ho abbandonato l'idea, e solo pochi anni fa, abbastanza casualmente, sono arrivata a farlo davvero (gli altri e più importanti motivi hanno a che vedere con la fortuna e la furbizia di cui sopra: fino a qualche anno fa non mi era ancora capitata l'occasione giusta, e comunque non ero ancora in grado di essere brava, senza aver fatto i mestieri precedenti non avrei saputo fare questo).
Quindi sgombriamo subito il campo dalle impressioni sbagliate: il mio mestiere di oggi è interessante, è piacevole, non è noioso e, soprattutto, mi calza a pennello.
Mi calza a pennello anche perché è un mestiere trasparente, e io adoro essere invisibile.

farfalla

Adoro anche le lunghe premesse, ma questa è finalmente finita, adesso possiamo entrare nel merito.

Il mio mestiere è tradurre libri. O, come recita il mio sito professionale, «narrativa e saggistica commerciale».
Il mio mestiere è solitario e silenzioso.
Il mio mestiere è lento e incompatibile con le maratone produttive a oltranza.
Il mio mestiere non è creativo, ma richiede il senso della creatività; richiede un'applicazione metodica ma non è fatto di metodo.
Il mio mestiere non è fatto per parlarne, per almeno tre motivi:
1) ogni libro è un caso a sé, ogni singola frase è un caso a sé, raccontare quel che faccio sarebbe come mettersi a descrivere i pixel di un'immagine digitale;
2) la teoria del mio mestiere copre solo una parte, e non la maggior parte, del mio mestiere: il resto è percezione, sfumatura, sensazione; tutta roba che non si può comunicare;
3) il miglior risultato che il mio mestiere può produrre è lasciarsi dimenticare, o, meglio ancora, non far nemmeno sospettare la sua esistenza. Figuriamoci se si può parlarne.
Il mio mestiere ha lo scopo di essere trasparente, di rendersi invisibile.

Così torniamo all'inizio: qualche volta mi dicono che sono brava, ma il complimento è tale solo se viene da qualcuno del mestiere, perché se viene dal destinatario ultimo del prodotto, dal lettore puro e semplice, allora vuol dire che non sono stata brava proprio per niente.
Per quelli del mestiere, di invisibile in un libro non c'è più nulla. Lo so, perché sono del mestiere, e anche quando cerco di leggere e basta, per piacer mio, io vedo tutto: riconosco il carattere di stampa, noto l'impaginazione, storco la bocca davanti ai refusi, alle incoerenze, agli errori, agli stereotipi della lingua; sento la fatica di certe frasi palesemente tradotte alla lettera, e anche la musica di certe altre e il lavoro delicato che c'è dietro la loro (ri)costruzione. Dalla pagina dei «Ringraziamenti» a quella del «Finito di stampare», non c'è più nulla, in un libro, che mi scivoli via non visto. Il che è un peccato, a volte; a volte no.
Ma un lettore puro e semplice, qualunque sia la sua preparazione a patto che non sia del mestiere, dovrebbe non vedere nulla di tutto ciò, e soprattutto non il mio lavoro. Se, paradossalmente, si trovasse in mano un libro senza copertina né frontespizio, dovrebbe poterlo leggere fino in fondo con la convinzione che sia stato scritto fin da principio in italiano. Voglio esagerare: se alla fine gli dicessero che l'originale era in un'altra lingua, vorrei che quel lettore dicesse solo «Ah», indifferente, e non ci pensasse mai più, come se la cosa non avesse la minima rilevanza, come se, in una lingua o in un'altra, il libro quello fosse e poco cambia.
Nel momento in cui un lettore puro e semplice, leggendo, si accorge del mio lavoro, vuol dire che qualcosa non va: magari c'è una parola che stride, una frase che non scorre, una battuta di dialogo innaturale; o magari il contrario, magari c'è uno svolazzo troppo lirico e rifinito, una lingua troppo pulita e precisa. Comunque c'è qualcosa, come una voce o un sussurro in sottofondo, che si frappone tra il lettore e il libro, una presenza di troppo. Una presenza che nell'originale del testo non c'era.
Quella presenza sono io, e se mi si vede vuol dire che non sono stata capace di sparire.

meduse

Intendiamoci bene: nei libri che traduco, dai peggiori ai migliori, io ci sono eccome. E sia detto non con vanteria ma con la coscienza di una responsabilità e di un'implicita, costante insicurezza.
La traduzione non è per niente un'esecuzione automatica, e implica una quantità spaventosa di arbitrarietà. In buona sostanza io percepisco (o credo di percepire) un certo tono, un certo tipo di linguaggio, una certa sonorità, ed è quella mia percezione che poi cerco di restituire al lettore italiano. Ma potrei non riuscire a restituirla e, soprattutto, la mia percezione potrebbe essere sbagliata rispetto alle intenzioni dell'autore; succede anche con i testi italiani figuriamoci in un'altra lingua. Ma nella stragrande maggioranza dei casi non ho e non avrò mai la possibilità di sapere se ho percepito bene o male, perché lavoro in un settore commerciale in cui ben di rado si può comunicare, e a sufficienza, con l'autore, e maturare qualche certezza.(*) Mica male per una come me, esecutrice per natura, insicura, puntigliosa e maniaca del controllo totale. Eppure.
Eppure il mio è, come molti altri mestieri, qualcosa che non si fa solo con il ragionamento, qualcosa che non si può e non si deve nemmeno «pensare» troppo (molto sì, non troppo): è come il musicista che esegue un pezzo, e se pensa a un tasto dopo l'altro, se non si lascia suonare addosso l'insieme delle note, se non lascia correre le dita, non combina granché di buono. È, di conseguenza, un mestiere in cui si possono prendere cantonate clamorose, e di sicuro ne avrò prese anche io la mia parte.
Quindi io ci sono, nei libri che traduco, e c'è la mia voce anche se cerco di intonarla il più possibile a quella dell'autore; forse, più che di trasparenza, dovrei parlare di mimetismo.
Ma il risultato resta quello: stare tre mesi sopra a un libro, diventare spesso, probabilmente, quella che lo conosce meglio di chiunque altro a parte l'autore (a volte meglio anche di lui/lei, se è uno/una che scrive a casaccio, mentre io a casaccio non posso fare niente), e poi riuscire a sparire.

Tutte le caratteristiche di questo mestiere mi calzano a pennello, ma questa più di tutte: ottenere l'invisibilità.
Mi torna in mente un mio vecchio classico: in Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams,(**) per un attimo appare (se così si può dire) un bellissimo personaggio, l'Hooloovoo, che è una sfumatura intelligente del colore blu; in quell'occasione, un'occasione di gala in cui lo si doveva per forza vedere, si trovava lo stratagemma di farlo rifrangere da un prisma. L'Hooloovoo è il mio mito: da grande voglio diventare una sfumatura intelligente del colore blu o, meglio ancora, della trasparenza.

Prisma

Bene, ecco, questo era quello che volevo dire sul mestiere di essere invisibili.
Non so quanto si sia capito né quanto io stia in realtà contribuendo a convincere tutti che il mio è proprio un mestiere noioso, almeno quanto me!
Ma in realtà tutta questa lunga riflessione ha una causa e una conseguenza.

La conseguenza è che io tendo a parlare poco e malvolentieri del mio mestiere, ma ora che ho fatto lo sforzo titanico di questa riflessione, se non altro, quando qualcuno mi chiederà del mio lavoro non dovrò far altro che allungargli un bigliettino con il link a questo post. Gran comodità.
La causa, invece, è che sporadicamente mi capita davvero di ricevere complimenti per qualcosa che ho tradotto. Per fortuna li ricevo sempre da gente del mestiere, quindi son complimenti che dovrei poter accettare senza farmi venire il magone a pensare che in realtà significano tutto il contrario.
Ma quelli come me, che aspirano all'invisibilità, fanno sempre una maledetta fatica ad accettare i complimenti (di ogni genere), specialmente se vengono da persone del mestiere, sì, ma perfettamente sconosciute, e che osano addirittura esprimerli pubblicamente in una recensione su internet.
Insomma, capitemi: passo quattro-sei ore al giorno a cercare di rendermi invisibile, e questi mi sbattono così, su una pagina web, con tanto di lodi per il lavoro che ho fatto! Quantomeno devo elaborare il lutto tirando giù un papiro di riflessioni autoreferenziali come questo. E, ovviamente, propinarvelo tutto qui; perché sennò, a che servono gli amici? (Che poi ve la siete pure cercata: l'avete votato in quattro, questo post! Ma tanto prima o poi vi sorbirete pure gli altri che non avete votato, diciamolo.)

Va bene, ho finito. E sparisco. Pufff...

.............................................
Note

* Ma qualche volta capita. Qualche volta capita di potersi confrontare lungamente, approfonditamente con un autore. Capita, alla fine, di diventare amici e cominciare a parlare d'altro e continuare a sentirsi anche finito il lavoro. Capita di trovare una specie di scrittura gemella, una persona i cui libri, per il contenuto e la forma, avresti tranquillamente potuto scriverli tu, e se avessi talento li avresti scritti proprio così. Allora quella traduzione lì diventa tutta un'altra cosa, diventa un libro scritto a quattro mani, due lingue e un unico cervello o quasi. Diventa un piacere così intenso da essere quasi un'ubriacatura. Solo in questi casi posso essere assolutamente certa di ciò che faccio, ma proprio allora non sono più per niente invisibile, la mia voce si sente chiara e forte, perché proprio allora è la voce giusta. Impagabile. Se scrivessi qualcosa io, non ne avrei altrettanto piacere. Qualche volta capitano, certe cose, sì, molto di rado. A me una volta sola, con un autore e due libri. E già solo per quella volta sarebbe valsa la pena di fare questo mestiere e tutti i precedenti che mi hanno portata qui.

** Chi può (e può davvero, con dimestichezza) lo legga in inglese. Con tutto il rispetto per i traduttori di Adams (e con tutta la compassione: devono aver passato l'inferno), i suoi libri son di quelli che ben difficilmente escono indenni dal passaggio in un'altra lingua.

sabato 14 giugno 2008

Lazypost – La fede manufatta/4

(leggi le puntate 1, 2 e 3)


La fede manufatta, di Inch (quarta puntata)

Terminato il giro con la scolaresca al sèguito della signora Cezzi e delle fondotinte prof, Mina e io ci accorgiamo di non aver visto (quasi) nulla di veramente interessante. O comunque, nulla delle stupefacenti flora&fauna menzionate nel cartello all’ingresso. Abbiamo sì elaborato teorie evoluzionistiche e filosoficherie da siderurgico pesante, ma insomma...

chiquitaergosum

Chi gliela dà la pazienza di tenere dietro agli studenti?, chiedo alla signora Cezzi. Ovvero: chi glielo fa fare, signo’?!?
Eh, che ci vuol fare, ci risponde, non sono interessati. Si volta, sempre sorridendo, e se ne va lasciandoci lì. Mi sa che ho perso un’occasione per tacere... boh. Nel frattempo, sempre vociando, anche la scolaresca s’allontana.
Eh no!, mi vien da pensare all’improvviso. Quasi quasi la fermo, la signora, e glielo dico, signora mia, 'sti ragazzi sono interessati eccome! Eccome! Sicuramente non al giardino, certo, così come non lo sarebbero davanti a una statua in un museo, o al buio di un audiovisivo stipati nel gabinetto di scienze, però, voglio dire, sono interessati, e mica poco!
A loro, a loro che sono adolescenti, interessa quel che interessa loro, e cioè il polline, la zolletta di zucchero, la carezza, la pioggia e il sole, la nocciolina.
È un meccanismo, l’interesse.

(fine della quarta puntata)

martedì 10 giugno 2008

Lazypost – La fede manufatta/3

(leggi le puntate 1 e 2)


La fede manufatta, di Inch (terza puntata)

P1010010

Lo so, lo so, in genere le rassicuranti intuizioni hanno a che fare con la scoperta dell’acqua calda, della patata lessa, etc. E infatti così è, almeno fino a un certo punto. Osservo questi ragazzini in gita scolastica e mi viene da pensare, banalmente:
1. che l’adolescenza non è altro che il dente di un ingranaggio;
2. che l’ingranaggio in questione si chiama «le età dell’uomo» ed è un ingranaggio in movimento;
3. che detto ingranaggio si incastra e si risolve con altri ingranaggi dai nomi, se vogliamo, in stile-oroscopo: «amore», «salute», «denaro», etc.;
4. che ogni uomo ha ingranaggi di dimensioni e forza diversi a causa: a) dell’ambiente in cui è cresciuto; b) delle proprie esperienze passate e delle necessità presenti; c) della quantità e della qualità dell’olio con cui questi ingranaggi sono stati oliati;
5. che l’energia prodotta da questi ingranaggi non è mai costante: è soggetta a variazioni repentine, a scatti in avanti o indietro, a manutenzioni ordinarie e straordinarie;
6. che il motore primo di questi ingranaggi in movimento si chiama «fede»;
7. può accadere, in alcuni casi, che qualche ingranaggio diventi tanto grande e forte e ben oliato da essere scambiato per «ingranaggio fede».

È, quest’ultimo, il caso che mi viene in mente visitando il giardino de «La Cutura».

(fine della terza puntata)

sabato 7 giugno 2008

Farewell

snapshot_b5050dba_3530c453

Lo Svizzero è partito.
Quantomeno da qui.
Fa un certo effetto.

sabato 31 maggio 2008

Indovina indovinello

Oggetto: sentenza odierna del Consiglio di Stato in merito alla vicenda Rete 4 vs. Europa 7 (o viceversa, ma è lo stesso).
Bando di concorso: indovinare che diavolo significa la sentenza in oggetto e spiegarlo in modo comprensibile alla titolare del presente blog.
Premio per il vincitore: tutta la mia gratitudine e una fotografia di Calvino in atteggiamento perplesso.

P.S.L. (ovvero: post scriptum logorroico):
la curiosità mi è nata facendo zapping, stasera, e incappando in Emilio Fede che cantava vittoria dicendo che Rete 4 può ufficialmente continuare a trasmettere.
Da una parte l'affermazione era quantomeno ambigua (nessuno ha mai detto che Rete 4 non dovesse continuare a trasmettere, mi pare; il problema era: su quali frequenze?); dall'altra era quantomeno preoccupante, visto che una recente sentenza della Corte di Giustizia Europea ha appioppato all'Italia un multone mostruoso in caso Rete 4 insista a rimanere dov'è, e io che pago le tasse non avrei proprio nessuna voglia di pagare il multone solo per vedere Rete 4 sulle attuali frequenze.
Perciò mi sono lanciata su internet per capire meglio la faccenda. Che, insomma, Emilio Fede, non vorrei dire, non lo considero esattamente un oracolo, ecco.
Ora, se vi volete divertire, questo è il link ai 141 articoli di Google News, in ordine cronologico, riguardanti la vicenda. Ve ne leggete una dozzina, di diversi partigianismi e anche teoricamente neutrali (tipo agenzie stampa, ma, come ripeto, solo teoricamente), e poi mi dite che caspita ha sentenziato il Consiglio di Stato oggi. Sarò scema, ma non ho capito una virgola.
Memore degli insegnamenti di Travaglio («Basta leggere gli atti», gliel'avrò sentito ripetere mille volte, con estrema naturalezza), sono andata anche a leggermi il testo integrale del comunicato stampa diffuso dal Consiglio di Stato.
Auguri.
Anche prescindendo (ma come si fa a prescindere?) dalla sfilza di «respinge il ricorso di X contro la sentenza Y sulla causa intentata da Z contro il provvedimento W», poi uno si trova davanti a un concetto che sfida persino le basi della lingua, ovvero: «ritenendo la persistenza del dovere del Ministero di rideterminarsi motivatamente sull'istanza». Rideterminarsi motivatamente?!
Per circa un'ora ho pensato di essere improvvisamente rincretinita. Ha capito Fede e non ho capito io: sono messa malissimo.
Dopodiché ho letto la dichiarazione di Paolo Romani, sottosegretario alle Comunicazioni, che inizia così: «Occorre prudenza nel commentare una sentenza che al momento conosciamo solo attraverso un comunicato stampa e le cui motivazioni saranno probabilmente rese note non prima di martedi». Ora, a me personalmente non sembra che il problema siano le «motivazioni» – che per per misteriosi motivi non saranno rese note prima di martedì... ah, già, scusate, il ponte del 2 giugno, dimenticavo – quanto proprio i contenuti della sentenza. Poi, vabbe', sapere perché hanno sentenziato è sempre interessante, ma più essenziale mi parrebbe spiegare cosa esattamente hanno sentenziato. O sbaglio?
O magari io son tonta, Fede è un genio, e qualcuno di voi mi sa spiegare.

P.P.S. In caso di vittoria al concorso, la foto di Calvino in atteggiamento perplesso la si può anche scegliere tra una vasta gamma: Calvino è perplesso da otto anni, e io lo fotografo in continuazione.

mercoledì 28 maggio 2008

Lazypost – La fede manufatta/2

(leggi la prima puntata)


La fede manufatta, di Inch (seconda puntata)

Il giardino botanico in questione prende il nome dalla contrada in cui è situato: «La Cutura», si chiama. In realtà, ci viene da pensare leggendo l’utile cartello informativo all’entrata, questo giardino botanico è una contrada e forse anche qualcosa in più, visto che si estende, tra masseria, serre, giardini e quant’altro, su una superficie di circa 35 ettari.

Giardino

Percorrendo il bel vialetto d’ingresso veniamo subito accolti dal vociare di ragazzini evidentemente fuori controllo. Oddio, diosanto, è un luogo per gite scolastiche, ne deduciamo all’istante Mina e io. Umpfh. Quasi quasi ci vien voglia di mollare tutto e di riorganizzare per la seconda volta la giornata. Ma, all’improvviso, sbucando da un anfratto della splendida masseria, ci si para davanti un signore sorridente, molto gentile. Si presenta. È Toto Cezzi, piacere, piacere nostro, persona che Mina e io, scambiandoci una fugace occhiata mentre questo signore (all’incirca settantenne, calvo, in giacchino da moto e occhiale avvolgente...) ci invita a seguirlo, dicevo, persona che Mina e io identifichiamo subito essere il proprietario della struttura. E infatti lo è. Ha una parlantina svelta, venata di piacevole accento salentino. Gli andiamo dietro. Ci presenta una signora, probabilmente sua moglie, e a lei ci affida.
Ci guardiamo intorno per qualche minuto. Sembra tutto molto bello, il posto è meraviglioso nella sua rustica perfezione di muschio, di cantuccio, di pietra bianca, di pianta rampicante.
Yeah, la giornata s’è raddrizzata.

Palma

Ondate di ragazzini urlanti, tuttavia, non mancano di rovinare buona parte del fascino del luogo. Che peccato. Lo vogliamo fare comunque il giro? Dai, ormai siamo qua, facciamolo comunque ‘sto giro, amoremio.
Veniamo invitati ad accodarci alle scolaresche per la visita al giardino. Un po’ esitanti, ma anche un po’ divertiti all’idea di tornare per qualche mezz’ora in gita scolastica, ci mettiamo in marcia al seguito della signora Cezzi e di qualche disinteressatissima (se non alla propria posa da forte fumatrice...) professoressa culona. Già dopo i primi passi nel giardino, in fila per due nel mondo degli adolescenti odierni, Mina riconosce un profumo. No, non proviene dalle aiuole. Strabuzza gli occhi: siamo in visibilio: è l’odore del Topexan! Allora le cose non sono cambiate poi tanto, ci consoliamo ghignando... E infatti per tutta la prima ora di visita, più che interessarci al giardino e agli animali de «La Cutura», rivolgiamo la nostra attenzione alle dinamiche interne alla scolaresca ricevendone rassicuranti intuizioni.

(fine della seconda puntata)

Eventitivvù

xfactor_1221_8106

Per quel che mi ricordo, non credo mi sia mai successo di fare il tifo fin dall'inizio per qualcuno che poi ha vinto davvero.
Son cose che ti danno anche da pensare, volendo, ma mi sembrerebbe uno spreco di tempo.
Comunque è stato piacevolissimo, nelle ultime due puntate, vedere la trasmissione insieme a Eli, a qualche centinaio di chilometri di distanza, via sms. La prossima volta che c'è in tivvù qualcosa che interessa tutti i miei utentipigri (cioè fra alcune ere geologiche, suppongo), organizziamo una videoconferenza in diretta su Skype.
Intanto mi sono documentata su cosa fanno i tifosi quando la loro squadra vince. Pare che sia una cosa del tipo: «Evvaiiiii! Grandi Araaaaam! Sìììì!».
Come mi è venuto? Sono accettabile come tifosa vittoriosa? Mah.

martedì 27 maggio 2008

Lazypost – La fede manufatta/1

Inizia oggi una nuova serie, dal titolo «Lazypost», nata da un'idea di Inch nei commenti a «Languori»:
Per i momenti di magra, ma anche no, potresti mettere su una sezione «Lazypost - pigramente ricevuto e pigramente pubblicato» con le (pigre) riflessioni dei tuoi utentipigri.

L'abbiamo tutti (e tre, fra utentipigri e tenutaria) trovata un'ottima idea, e così oggi si comincia proprio con un lazypost di Inch, che oltretutto è una «prima puntata», quindi c'è da augurarsi che, oltre a cominciare, continuerà!
E, mentre si attende la sua seconda puntata, gli altri numerosi utentipigri sono invitati a contribuire anche loro ai lazyposts, mandandomeli per email.


La fede manufatta, di Inch (prima puntata)

Cara Blu,
dunque, ti dicevo: «La fede manufatta».
Bel titolo, vero? In realtà credo sia più interessante il titolo che non quel che ci metterei dentro, in questo libro che non scriverò. Ti dirò: mi piace pensarlo come fosse un libro da scoprire per caso in libreria, un libro di quelli che magari ti leggi la quarta di copertina e l’incipit ma alla fine decidi di non comprare, e che però per qualche strano motivo ti lasciano da riflettere. «La fede manufatta», un libro che non scriverò e che non comprerei… Ho un futuro da copywriter, non credi?!?
Comunque sia.
Tutto nasce da una bella gita a Otranto.

otranto 016

Gita rilassante, gita necessaria. Mina e io da soli per due giorni, che tranquillità, diosanto, ci voleva. Otranto bellissima, clima da primavera inoltrata, mare trasparenterrimissimo, buon cibo e buon vino, meravigliose passeggiate, i salentini gente ospitale. Yeah. Unica delusione: Santa Maria di Leuca.

leuca

Sarà che c’ero andato aspettandomi chissacché, sarà che a Capo Leuca attribuivo un valore simbolico che in effetti, una volta lì, non ha riscontro (non c’è neanche una sfinge sbuffante, a Leuca, né una porta carnivora, un caronte col fuoribordo, che ne so…), sarà che nelle orecchie mi risuonava la definizione di Leuca coniata da mio padre: «dove finiscono i nostri guai» (in cui «noi» siamo «noi italiani»…), e be', insomma, vista Leuca, Mina e io ci siamo rimasti male, e in meno di un’ora eravamo pronti a mandare all’aria il piano della giornata. Umpfh. Risalendo verso Otranto, assai indecisi sul da farsi, ci siamo ricordati di una gita analoga fatta dai genitori di Mina tempo addietro. Avevano visitato, fra le altre cose, un giardino botanico di cui s’erano detti entusiasti. Andateci, andateci, vedrete che bello, ci avevano detto. Ma dài, sciropparsi chilometri su chilometri per visitare un giardino botanico ci era sembrato eccessivo, su.
Ora, però, eravamo di strada. Perché non andarci?
Risaliamo il tacco attraversando paesini di case basse e di semafori lampeggianti. Fa piuttosto caldo, oggi. Poca gente in giro, meraviglie del barocco leccese alternate a scempi di cemento. Superiamo qualche motocarro Ape Piaggio e una Fiat 127. Sembra proprio un’Italia di trent’anni fa. Questa Strada Statale 16 è strada assai noiosa, ci fa rimpiangere la bellissima litoranea

litoranea

che avevamo percorso scendendo in mattinata. Ma pazienza, va’. Una suggestione, però, ce la concediamo, Mina e io: sarebbe bello, un giorno, percorrerla tutta, la Strada Statale 16. Oltre mille chilometri di strada, da Otranto a Padova. Sarebbe bello sì, prendersi due-tre settimane di pausa, noleggiare un camper, caricare armi&bagagli, e farsi tutta la fascia adriatica. Chissà che cosa salterebbe fuori da questo viaggio lungo la Route 66 nostrana. Yeah. Magari è l’idea per un altro libro che non scriverò…
Ci rigiriamo questa caramella in bocca fino a che non vediamo, in fondo alla strada, il bivio che cercavamo. Eccoci a Giuggianello, allora, in provincia di Lecce.

(fine della prima puntata)

venerdì 16 maggio 2008

Ai miei tempi

(Dopo tanto languire, paginate e paginate di sciocchezze. Eh, be'.)

Ai miei tempi c'era meno roba. Non che ci fosse e non la potessimo avere per questioni – chessò – economiche (sì, magari anche, a volte). Ce n'era proprio meno, di roba.
Per esempio quando io ero bambina le merendine confezionate iniziavano appena a comparire (c'era la Girella e il Buondì, per dire) e venivano guardate con leggero disprezzo e masticate con leggero disgusto se proprio necessario, perché non sapevano di buono come i biscotti o la torta fatta in casa, anche se mia mamma non è che fosse proprio un fenomeno in cucina. Poi, vabbe', ci siamo abituati ai mulini bianchi, con tutto il loro contorno di felicità plastificata.
Per esempio quando io ero bambina la «tele» (come dice Elio) non è che passasse molta roba. Non che io sia decrepita, ma nei primi anni Settanta, quando cominciavo ad andare a scuola, la tele era in bianco e nero, c'erano due canali, e tutti e due per gran parte della giornata trasmettevano il mitico «monoscopio», che era questo qui

TC-RAI1

Le trasmissioni vere iniziavano a pomeriggio inoltrato e, per quel che ne so (ero piccola e andavo a letto presto), a un certo punto della notte finivano. Per il resto: monoscopio.
Quando trasmettevano i cartoni animati era un evento da non mancare, il film del lunedì sera era una tradizione consolidata per mia mamma, i varietà e i teleromanzi (oggi: show e fiction) erano assolutamente da vedere. A «Tribuna politica» non gridava nessuno, e io per decenni sono stata convinta che la politica fosse una noia pazzesca (poi, invece...). C'era «Canzonissima» e c'era, ovviamente, «Sanremo», ma cantanti e canzoni erano così pochi che non capitava mai-ma-proprio-mai di dire «e quello chi è? da dove spunta?».
E qui mi fermo, perché potrei passare ore a parlarvi di Provolino con Raffaele Pisu, del «Dirodorlando» con Ettore Andenna e di quintalate di altre cose che ricordo alla perfezione.
Me le ricordo perché erano poche. Me le ricordo come belle, un po' perché erano sempre degli eventi e un po' perché ero piccola. Poi, non so, magari facevano schifo. Mi ricordo che qualcosa si criticava, certo, ma quel che mi ricordo bene era l'attenzione: non ci si sedeva davanti alla tv distrattamente, mangiucchiando, parlando al telefono, facendo zapping (anche perché il telecomando non c'era, toccava alzarsi per cambiare canale, poi che vuoi cambiare con due canali in tutto?); men che meno si teneva la tv accesa in sottofondo, senza guardarla.
Mi fermo qui perché poi, sull'onda, potrei anche dire che lo stesso valeva per il cinema: un solo lungometraggio animato all'anno, a Natale, di Walt Disney. Poi tornavo a casa e correvo sul letto, chiudevo gli occhi e rivedevo nelle palpebre le scene tutte colorate.

Quel che è successo dopo non è stato solo che sono diventata grande, poi adulta, poi di mezza età; e quindi consapevole, «sgamata», meno influenzabile. Dopo è successo anche che la «roba» si è moltiplicata in modo esponenziale, difficile seguirla-averla-conoscerla tutta, difficile e magari nemmeno più desiderabile. Ma da quegli anni mi sono un po' portata dietro la curiosità, ecco: proprio io che la tele non la guardo mai, quando la guardo e annunciano qualcosa di nuovo mi viene da provare a vederlo; non ho sviluppato quella reazione automatica, nata troppi anni dopo di me, che ti fa sempre pensare «sarà la solita robaccia». Reazione automatica che invece, per questioni anagrafiche, lo Svizzero possiede, e infatti ogni volta se la ride o si inalbera perché mi vede sperimentare qualche nuovo show o l'ultima fiction di grido.
C'è da dire che i danni sono contenuti, dato che guardo la tele al massimo per un paio d'ore in tutta una settimana; e prima o poi la reazione «solita robaccia» la svilupperò anche io dato che, in effetti, è proprio sempre la solita robaccia. Le rare volte che non lo è stata, hanno sospeso la programmazione per carenza di audience.
Comunque, insomma, il fatto è che, quando capita per caso che ne abbia notizia, tendo a voler vedere la prima puntata delle robe nuove. In genere spengo la tele prima che la prima puntata sia finita, ma la curiosità è diabolica e io persevero nel vizio.

Poi, qualche volta, non spengo.
Mi tocca inventare dei correttivi, ovviamente, perché nemmeno io riesco a sopportare di vedere dieci volte lo stesso spot pubblicitario nell'arco di due ore; e anche quando non c'è la pubblicità a volte mi tocca alzarmi e andare a fare un giro, uscire a fumare, controllare l'email, giusto per non fracassarmi i neuroni davanti all'ennesima svolta stereotipata di una fiction o all'ennesima rissa idiota di uno show. Ma bisogna riconoscermi una certa quale cocciutaggine.
Insomma, qualche volta non spengo.
E non ho spento durante la prima puntata di «X Factor», nonostante si sia trascinata fin dopo mezzanotte e il contenuto effettivamente fruibile fosse di circa quaranta minuti in totale.
Non ho spento e, applicando i doverosi correttivi autodifensivi, ho visto pure le altre nove puntate.
Credo che lo Svizzero abbia deciso di partire per il Canada anche per questo.

Naturalmente «X Factor» non è un bel programma, c'è bisogno di dirlo? No, non c'è bisogno.
Riassumo brevemente per chi, con ottime ragioni, non sapesse che d'è.
Ci sono degli aspiranti cantanti che però non sono dilettanti ma professionisti, presentano non canzoni loro ma cover di canzoni piuttosto note, e concorrono a un premio finale (finanziamento e produzione di un album loro) con il solito meccanismo delle nomination/eliminazioni via sms, tipo reality show. E ci sono tre tutor-giudici più o meno vip che li guidano durante la settimana e poi blaterano e valutano durante la puntata. Invitano anche degli ospiti, tanto per prolungare l'agonia fino a mezzanotte e moltiplicare le pubblicità.
Oggi non ho voglia di essere negativa per cui sorvolerò su tutti gli orrori del programma, soffermandomi solo sugli unici due motivi per cui insisto a sopportare gli orrori: i cantanti e le canzoni. Cioè quello di cui dovrebbe constare il programma, senonché siamo nel ventunesimo secolo e come al solito la polpa viene relegata al ruolo di buccia. È già tanto quando non sbucciano, ecco.
Il fatto è che i cantanti sono bravi-ma-proprio-bravi davvero, anche quelli che mi piacciono meno; saranno raccomandati, sarà tutto progammato, come al solito, vabbe', ma a me che importa? Sono bravi, si ascoltano con un piacere raro. E il fatto che vengano costretti a cantare solo cover non è che un vantaggio, dato che è mooolto più facile trovare belle voci che buoni autori. Insomma, della canzone come minimo non ti devi stare a preoccupare: quasi sempre è molto nota, spessissimo è anche bella, immancabilmente la conosci e la riascolti volentieri. Qualche volta ti rendi conto che non ci pensavi più da tanto ma riascoltarla è stato meraviglioso.

Mi è successo l'altra sera, mentre guardavo la decima puntata a casa del babbo.
In giardino c'erano lucciole dappertutto, fra l'altro, e una lucciola particolarmente musicofila e socievole si è posata sul vetro della finestra accanto al televisore all'inizio di «X Factor». È rimasta a guardare lo spettacolo con me tutta la sera, lampeggiando buona buona.
Come ho detto i cantanti sono proprio bravi-bravi, casomai voleste fare una cosa sana potreste imitare lo Svizzero: evitare la trasmissione, e vedervi solo e soltanto le loro esibizioni su YouTube (e che la Rete sia benedetta). Per esempio potete ascoltate i Cluster (purtroppo eliminati, ma i migliori), o Ilaria, o anche qualcosa di molto ben riuscito di un ragazzetto chiamato Tony, o di una certa Giusy che sopporto poco ma a volte c'è tutta. Ma comunque c'è davvero l'imbarazzo della scelta, ecco.
Fatalmente, pure io mi sono ritrovata tifosa di qualcuno, era scontato: un bel quartetto di giovanotti pugliesi che immancabilmente mi strappa l'applauso ma anche un sottile senso di piacere e tenerezza, perché sembrano giovani nel modo giusto, seri e attenti ma anche entusiasti e un po' ingenui. Mi strappano anche altre cose meno sottili, quantomeno uno di loro che trovo particolarmente belloccio, ma che ci volete fare, sono gli ultimi ormoni randagi.
Insomma, l'altra sera è successo che i miei beniamini (con la complicità di Morgan, loro tutor e unico vip sopportabile del programma, in tutta la sua pagliaccesca ironia) mi hanno fatto un bel regalo, se non altro meritato visto che son dieci puntate che mi sorbisco Simona Ventura e sessioni infinite di pubblicità (oltre alle ospitate dei Pooh e della Berté, ma sto cercando di rimuoverle dalla memoria). L'altra sera mi («mi», esatto: a me personalmente) hanno cantato «Se bruciasse la città» di Massimo Ranieri.

Ora, dovete sapere che il mio primissimo amore musicale (avevo tipo quattro anni, ed eravamo tipo nel 1970, sicché, dài, mi si può perdonare) è stato Massimo Ranieri, e la canzone con cui mi sono innamorata di lui era, appunto, «Se bruciasse la città». La cantò, credo, a «Canzonissima» o roba così, e il giorno dopo trascinai mia madre al mitico negozio di dischi di via San Felice (Bologna) perché DOVEVO ASSOLUTAMENTE avere il 45 giri.
Oggi vorrei che qualcuno mi avesse filmata in quel momento, perché io me lo ricordo come fosse ieri, ma voi vi divertireste a vederlo: io, quattro anni, molto più bassa del bancone, bionda, fiera e impettita davanti alla commessa del negozio (perché all'epoca il sistema serviti-da-solo-poi-passa-alla-cassa non usava, tu entravi, c'era il commesso, chiedevi, e lui incredibilmente sapeva cosa aveva in negozio e dove: da quanto tempo non vi succede più, 'sta cosa?).
«Vorrei Se bruciasse la città di Massimo Ranieri, per favore.»
Dopo, a casa, avevo il «mangiadischi», uno scatolotto di plastica con la maniglia e le pile, e una fessura davanti: ci infilavi il 45 giri, faceva SCKIOCK e partiva la musica. Il mio mangiadischi era bianco sopra e verde pisello sotto. Vabbe'. Comunque nel mangiadischi devo aver infilato «Se bruciasse la città» almeno un milione di volte, cantando a squarciagola con Massimo Ranieri.
Per la cronanca, il mangiadischi non ce l'ho più (peccato) ma quel 45 giri sì, ah!
E l'altra sera mi sono resa conto di sapere ancora il testo a memoria.
Mi hanno strappato la lacrimuccia, a ricantarmela, gli Aram Quartet, lo ammetto. A voi non la strapperanno per i soliti ovvi motivi anagrafici, ma l'interpretazione era comunque ottima ed entusiasmante, per cui se volete eccola qua:


(Farei notare in modo particolare un brevissimo passaggio verso la fine, quando il mio prediletto «bellicapelli» intona «ma se in fondo al cuore tuuuuuo / c'è un ragazzo, sono iiiiiio» ed evita di usare il suo solito, pregevole, falsetto – che peraltro potete apprezzare un attimo dopo, nel finalissimo –. Morta, io, lì.)

Insomma, ecco, ad alcune decine di anni di distanza mi sono ritrovata di nuovo attenta e contenta davanti al televisore, nel più puro e semplice spirito dell'intrattenimento, con il piacere ormai dimenticato di ascoltare musica buona e bravissimi interpreti al di fuori del mio fido iPod. E una voglia pazzesca di andare subito a comprare il disco e infilarlo nel mangiadischi bianco e verde pisello.
Ma i tempi son cambiati, così sono andata su YouTube.
Benedetta sia la Rete, che salva il salvabile e ci risparmia la nostra Ventura quotidiana.